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Il monitoraggio dei mezzi di comunicazione di massa costituisce un approccio utile e importante allo studio
delle problematiche di genere essenzialmente per due ragioni. In primo luogo perché consente
un’osservazione indiretta dei ruoli femminili e maschili e delle relazioni di genere, rappresentando la società
in cui viviamo e registrandone mutamenti, evoluzioni e tendenze; in secondo luogo poiché i media,
veicolando modelli identitari e comportamentali possono giocare in senso favorevole o sfavorevole allo
sviluppo di una cultura di genere paritaria e rispettosa della dignità femminile. Nonostante le numerose
battaglie intraprese dalle donne e dalla società civile, le pari opportunità tra i sessi sono ancora, infatti, una
conquista incompiuta. Anche laddove formalmente l’uguaglianza è riconosciuta, a livello di norme, leggi e
diritti che regolano la vita di un paese, persistono di fatto ampi spazi di discriminazione femminile. Diversi
settori della vita pubblica come la politica, l’economia, il lavoro, la scienza, la cultura sono ancora
appannaggio, seppure non in maniera esclusiva, degli uomini. Questa disparità, oltre a rappresentare
un’ingiustizia civile, pone forti limiti allo sviluppo di un paese. Se, infatti, una società cresce per la
partecipazione attiva di tutto il “capitale” umano di cui dispone, dei suoi “talenti”, l’esclusione della donna
dalla vita pubblica significa la rinuncia a un pieno progresso democratico, economico, scientifico e culturale.
L’ambiente sociale e culturale in cui donne e uomini fondano e plasmano la propria identità personale e
collettiva ha un ruolo importante, nella misura in cui può giocare a favore oppure contro il superamento di
queste disparità che incidono sul progresso di un paese, poiché esso è il luogo in cui nascono e crescono le
coscienze, i valori, gli stili di vita. E la comunicazione di massa ha un ruolo di primo piano nelle dinamiche
socio-culturali contemporanee.
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