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Lavoro, corsa a ostacoli per le laureate meno occupate, meno pagate e più precarie

A un anno dalla tesi la differenza occupazionale tra i generi è dell'8% E il divario cresce nel tempo: negli ultimi anni la situazione è peggiorata.

La Repubblica.it giovedi 08.03.2007 ore 16.02

 

ROMA - Le donne, anche se laureate, continuano ad avere grosse difficoltà con il mondo del lavoro. Secondo il IX rapporto di AlmaLaurea sulle condizioni occupazionali dei laureati italiani, le laureate sono molto penalizzate rispetto ai colleghi maschi. Sono infatti meno occupate, più precarie e meno pagate degli uomini. A un anno dalla laurea. Lo studio è stato condotto su 89.000 laureati di 40 università italiane, tra cui 53.287 donne. A un anno dalla laurea, le differenze fra uomini e donne in termini occupazionali sono di ben 8 punti percentuali. Uno scarto significativo che corrisponde a 49 donne che lavorano su cento, rispetto a 57 uomini. E il divario è cresciuto negli ultimi anni. Fra i laureati del '99 il differenziale era pari a 3 punti percentuali, fra quelli del 2000 pari a 5 punti. "Ciò conferma che nelle fasi di espansione dell'occupazione le differenze di genere tendono a ridursi, mentre l'affacciarsi di difficoltà occupazionali si trasferisce, prima di tutto, sulla componente femminile" commenta Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea. Cinque anni dopo la laurea. A cinque anni dal conseguimento dello stesso titolo accademico lo svantaggio femminile rimane tale, anzi: si acuisce leggermente. Analizzando la generazione dei laureati del 2001 la distanza tra uomo e donna sfiora i 9 punti percentuali. Dunque lavorano 90 uomini contro 81 donne. Modalità e tempi di ingresso. E anche l'analisi dei meccanismi d'accesso al mondo del lavoro evidenzia delle differenze. Gli uomini più delle donne, infatti, trovano un impiego grazie alla chiamata diretta del datore di lavoro e agli annunci su bacheche e giornali, mentre le donne partecipano in misura maggiore a concorsi, fanno e proseguono stage o altre attività di formazione. Per quanto riguarda i tempi, le donne impiegano in media 6 mesi per trovare lavoro, mentre gli uomini solo 5 mesi. Più precarietà. La stabilità riguarda in misura più consistente gli uomini che le loro colleghe: a un anno dalla tesi sono stabili 65 laureate su cento contro 78 laureati su cento. Così il lavoro atipico riguarda in proporzione più donne che uomini e ciò è dovuto in particolare alla diffusione del contratto a tempo determinato (verosimilmente legato all'insegnamento): a cinque anni dalla laurea il lavoro precario riguarda 32 laureate su cento contro 20 laureati su cento. Posizione. Lo svantaggio femminile non può che rimanere pesante anche riguardo al livello delle occupazioni e alla loro retribuzione. I laureati infatti trovano da subito lavori più prestigiosi e di più alto livello: più maschi sono liberi professionisti (10 contro 3%tra le donne), lavorano in proprio (6 contro 3), e sono dirigenti (5 % contro 3). Le donne sono invece più spesso sono collaboratrici (25% contro 21), insegnanti (15 contro 2) e impiegate esecutive (10 donne per 7 uomini). Queste differenze tendono inoltre ad accentuarsi dopo cinque anni. In tutti i tipi di lavoro, le donne senza contratto sono sempre di più degli uomini. Retribuzione. Gap consistente anche nei guadagni. A un anno dalla laurea gli uomini guadagnano più delle loro colleghe: 1.184 euro netti mensili per gli uomini contro 926 per le donne nel 2006. Ciò è almeno in parte dovuto al diverso numero di ore lavorate, mediamente pari a 39 ore settimanali per gli uomini e a 33 per le donne. A 5 anni dalla tesi il divario si accentua ulteriormente: il differenziale, pari al 30%, equivale a 1.503 euro per gli uomini e 1.156 euro per le donne. Una situazione dunque per niente facile per il mondo femminile, soprattutto nel confronto internazionale. Su 58 paesi del mondo analizzati, le italiane sono al quarantottesimo posto per quanto riguarda il livello di partecipazione alle istituzioni, e al cinquantunesimo per quanto riguarda la generale partecipazione al mercato del lavoro. Una simile penalizzazione permane anche restringendo l'analisi all'ambito europeo: il tasso di occupazione delle italiane, pari al 45 %, è tra i più bassi dell'Unione a 25 stati.